Cosa significa “Parlare”?

23 Ottobre 2012
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Per noi esseri umani è quasi scontato. Tutti noi parliamo. Diverse lingue, questo è vero, ma tutti noi siamo notoriamente in grado di esprimerci a parole. Anzi, la parola è uno di quei tratti distintivi tipici dell’essere umano che – insieme alla ragione – ci differenzia dal resto del mondo animale. Ma cosa significa, effettivamente, saper parlare? Cosa succede ogni volta che “apriamo bocca”? È proprio vero che tutti possono parlare?

La definizione riportata da innumerevoli dizionari recita più o meno sempre la stessa storia. Il significato del verbo ‘parlare’ viene in genere concepito come la capacità di articolare dei suoni ed esprimersi con la voce verbale. Sembra una sciocchezza da niente, detto così. In realtà, parlare è un’attività molto complessa ed elaborata che richiede notevoli sforzi alla nostra mente. Nessuno se ne accorge solo perché parlare è un po’ come andare in bicicletta: una volta che hai imparato è solo questione di costanza e perfezionamento.

Ogni volta che parliamo, infatti, compiamo la scelta di azionare il nostro cervello per comunicare con qualcuno (a volte anche solo noi stessi) pensieri, sensazioni e stati d’animo, ma anche opinioni, richieste e bisogni che non riusciremmo a esprimere altrimenti. I nostri antenati erano costretti a usare altri tipi di linguaggio, come ad esempio quello del corpo e quello dei gesti. Pur se primitivo, questo tipo di comunicazione rimane vivo ancora oggi a livello “istintivo”: basti pensare ai tanti gesti che ogni Paese ha creato per esprimere insulti più o meno forti, o stati d’animo particolari come lo stupore o la paura.

La parola ci permette, invece, di descrivere e raccontare una varietà potenzialmente infinita di oggetti che fanno parte della realtà e della fantasia, stati d’animo non intuitivamente riconoscibili e situazioni o eventi di vita comune o straordinari. Per fare tutto questo il nostro cervello ha bisogno di essere “istruito” a dovere. La famiglia, gli amici e il contesto sociale di appartenenza sono i primi fautori della capacità verbale di ogni individuo. Ciò lo si riscontra facilmente nei diversi dialetti parlati nel nostro Paese e nel fatto che i genitori devono stare attenti a “parlare come mangiano” coi figli piccoli, o questi assimileranno linguaggio scurrile e brutte parole. Un altro esempio è il linguaggio degli adolescenti: ogni gruppo crea un proprio slang con cui esprime concetti e situazioni “intime” al gruppo, che ne hanno fatto la storia o che caratterizzano ciascuno dei suoi membri. Ognuno, in pratica, è madrelingua della propria lingua, quella fatta dalla propria esperienza e dal proprio vissuto.

Tuttavia, non è scontato che si riesca a parlare. Oltre ai problemi linguistici più o meno conosciuti quale, ad esempio, la dislessia, esiste anche una componente genetica che favorisce o impedisce la capacità di espressione verbale. Il FOXP2, infatti, è un gene implicato nello sviluppo delle abilità linguistiche, compresa la capacità di applicare le regole grammaticali. Se non viene attivato entro un certo numero di anni, il gene perde la sua funzionalità. Teoricamente, se un essere umano si trovasse a crescere da solo su un’isola deserta e venisse ritrovato solo in età adulta, questo non sarebbe assolutamente capace di parlare né, tanto meno, di comprendere il significato della comunicazione verbale dei suoi interlocutori. Non si tratta, quindi, di capire una lingua straniera. Il cervello non ha mai imparato a usare le zone adibite alle funzionalità linguistiche che sono andate “perdute nella memoria” e per questo non potrà mai iniziare a parlare. La comunicazione rimarrà sempre a livelli linguistici bassi o istintivi, ed è probabile che l’intelligenza dell’individuo in questione risulti significativamente ridotta rispetto alle potenzialità originali.

Parlare, infatti, richiede l’attivazione di miliardi di connessioni cerebrali. Innanzitutto, dobbiamo imparare ad articolare i suoni, distinguendo tra quelli riproducibili variando l’apertura della bocca, ossia le vocali, e le consonanti, che invece ci richiedono un’articolazione fonatoria specifica tramite l’uso della lingua, dei denti, del palato, e così via. I bambini iniziano a parlare con la cosiddetta lallazione, fase in cui si esprimono sillabe costruite in genere con la vocale A. Ecco spiegata l’origine internazionale della parola mamma (ripetizione della sillaba “ma”, la più semplice da articolare) e papà (ripetizione della sillaba “pa”, una delle più semplici da articolare).

Una volta imparato ad articolare tutti i suoni della nostra lingua, dobbiamo iniziare ad associare determinati significati a certe combinazioni di suoni: ca-sa, ca-ne, ma-re, tre-no, e così via. Ogni combinazione specifica di vocali e consonanti produce una successione particolare di suoni che associamo a un determinato significato. Man mano che impariamo ci rendiamo conto che per poter parlare in modo efficace non bastano solo i sostantivi; abbiamo bisogno anche dei verbi e di tutte le altri parti del discorso. grammatica, quella grande sconosciuta che in realtà tutti usiamo quotidianamente. Le regole grammaticali, infatti, ci aiutano a distinguere un singolare da un plurale, un femminile da un maschile, un presente da un passato. Ci spingono a migliorare la nostra capacità di espressione, narrazione e descrizione, consentendoci di dettagliare infinitesimamente la più piccola sfumatura di significato e di comprendere ogni dettaglio dei messaggi ricevuti da altri interlocutori. Accompagnata a un lessico ricco e articolato, la grammatica ci regala tutte le “formule magiche” per poter dire ciò che vogliamo.

Ma non finisce qui. De Saussure identifica due tipi di lingua parlata: la langue e la parole. La prima è la lingua istituzionale, quella che troviamo sui giornali o nei documenti, quella parlata nei film o in TV. La seconda è quella che parliamo sul serio, quella che ci esce ogni giorno di bocca, quella che ci permette di distinguerci come individui in questo enorme villaggio globale dove regnano standard e frasi fatte. Parlare il dialetto o esprimersi colloquialmente, quindi, non è un reato né una tragedia. Basterebbe semplicemente ricordarsi che ognuno di noi è diverso e parla una propria lingua, che ha però dei tratti in comune con la nostra. La vera padronanza della lingua sta proprio nella capacità di comprendere e riprodurre la maggior parte di suoni e parole comunemente condivisi su scala universale.

silvia

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