Lingue difficili: il cinese

14 Novembre 2012
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Se vi chiedessero qual è la lingua più difficile al mondo probabilmente rispondereste “il cinese”. Sbagliato! Come abbiamo già visto in precedenza il cinese – e in generale le lingue asiatiche – non sono particolarmente difficili o, quanto meno, non sono le più difficili da imparare su scala globale. Il problema  che rende ostico il cinese ai più non dipende infatti dalla lingua, ma dal sistema di scrittura e dai suoni che vengono impiegati. Vediamo di  fare un po’ di chiarezza.

Le lingue
Prima di tutto è necessario mettere i puntini sulle i. Il cinese non è una lingua, ma un insieme di lingue convenzionalmente note come lingue sinitiche, che comprendono circa 10 lingue ufficialmente riconosciute, tra cui i più noti cinese mandarino e cinese cantonese. Il primo rappresenta la lingua che normalmente chiamiamo “cinese”, ovvero l’idioma di Pechino, ufficialmente parlato e scritto in tutta la Cina continentale, mentre il secondo ha impiego nell’area meridionale della Cina e ad Hong Kong. Per noi italiani questa situazione è facile da immaginare; basti pensare a tutti i dialetti in uso nella nostra penisola, da nord a sud, con la differenza che mentre per noi sono dialetti e basta, per i cinesi sono lingue più o meno ufficialmente riconosciute.

La grammatica
La grammatica, in cinese, è praticamente inesistente. Non esiste alcun tipo di declinazione dei sostantivi né si coniugano i verbi. Non ci sono tempi verbali e non esiste alcuna distinzione tra maschile, femminile e neutro. Parlare, quindi, è molto semplice. È sufficiente imparare l’ordine con cui si costruisce la frase, alcuni vocaboli e le rispettive pronunce. Una volta fatto questo, il gioco è fatto: parlare e imparare una lingua straniera non sarà mai altrettanto facile da un punto di vista sintattico-grammaticale. Il cinese, infatti, è una lingua analitica, ossia è interamente basata sull’ordine delle parole nella frase e sulla struttura dei periodi piuttosto che sulla morfologia (es. differenza tra singolare e plurale dei sostantivi).

La fonetica
Quello che, invece, costituisce un problema per noi occidentali è la pronuncia delle parola e la fonetica che sottende all’intero sistema linguistico. A differenza delle lingue europee, infatti, il cinese è una lingua tonale, ossia si serve dell’intonazione per creare parole di significato distinto pur se costruite con gli stessi suoni. Cerchiamo di chiarire questo aspetto con un esempio: la parola cinese “ma” assume 4 diversi significati in base ai 4 toni utilizzati dal cinese: il primo è il tono base ā, il secondo è il tono ascendente á, il terzo tono ǎ è prima discendente, poi ascendente,  mentre l’ultimo tono à è solo discendente. Ascoltate come suonano i rispettivi toni pronunciati da un madrelingua:

Ovviamente ogni tonalità crea un significato distinto: la parola “ma”, infatti, assume il significato, rispettivamente, di “madre“, “cavallo“, “indolenzito” e “sgridare“. Saper parlare bene cinese, variando gli accenti, diventa quindi un po’ come cantare. E, come si sa, non tutti sono ‘intonati’, ecco perché il cinese risulta veramente difficile da imparare per qualcuno di noi. Il primo passo è sicuramente imparare a pronunciare correttamente le diverse tonalità, un po’ come si fa a lezione di solfeggio, anche se meno impegnativo, dato che non dipende dalla potenza vocalica.

La scrittura
Il vero problema del cinese è la scrittura. Diversamente dal nostro alfabeto, in cui ogni lettera trascrive un suono distinto (es: “a” trascrive il rispettivo suono, sia accentato che non), il sistema di scrittura cinese è basato su ideogrammi. Il sistema di scrittura cinese è infatti basato su più di 47.000 hanzi (o ideogrammi) che vengono utilizzati non per trascrivere il suono delle parole ma il loro concetto/significato. Ogni madrelingua cinese passa la propria vita a imparare a riconoscere e a scrivere il maggior numero di ideogrammi possibili in modo da poter comunicare efficacemente anche a livello di lingua scritta. I programmi scolastici hanno dei corsi specifici per insegnare anno per anno un certo numero di ideogrammi, così da garantire a ogni studente la possibilità di esprimersi correttamente in base al proprio livello di istruzione. Si risolve così il mistero dei camerieri cinesi che riescono a scrivere sulla comanda al ristorante non il nome della portata che avete ordinato ma il rispettivo “codice” identificativo; dopo aver memorizzato centinaia di ideogrammi, imparare qualche decina di codici è veramente un gioco da ragazzi.

Tuttavia, imparare a leggere e scrivere, per i cinesi, non è però altrettanto facile. Per favorire l’alfabetizzazione, con la costituzione della Repubblica Popolare Cinese si è ben pensato di semplificare il sistema di scrittura e di adottarlo a livello nazionale come sistema di scrittura ufficiale. Oggi, infatti, in tutta la Cina viene utilizzato il cosiddetto cinese semplificato, mentre il sistema di scrittura del cinese tradizionale rimane praticamente in vigore soltanto a Hong Kong e nei kanji giapponesi.

Nonostante il processo di semplificazione, la scrittura è diventata nuovamente più difficile per loro – ma più facile per noi – con l’introduzione dei computer e dell’informatica; il sistema con cui è concepito il linguaggio informatico (essenzialmente riducibile al codice binario) non risultava infatti assolutamente compatibile con l’approccio mnemonico che queste lingue hanno nei confronti della scrittura. Per questo motivo è stato necessario inventarsi un nuovo sistema di scrittura, chiamano pinyin (lett. Hànyǔ Pīnyīn), con cui poter traslitterare in alfabeto latino la pronuncia esatta dei singoli hanzi. Questo processo ha facilitato enormemente il processo di apprendimento degli ideogrammi che, di fatto, possono essere più facilmente associati con i rispettivi suoni e tonalità. Oggi, in Cina, il pinyin è il sistema ufficialmente utilizzato dal governo e su scala nazionale.

silvia

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