Lingue difficili: il finlandese

21 Novembre 2012
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Uno dei motivi che ci spinge a imparare una lingua straniera è senza dubbio il suo grado di diffusione e di impiego nel nostro Paese. Tuttavia, a volte l’amore per una lingua può nascere per ragioni differenti, forse un po’ più personali e legate alle sensibilità individuali. In fondo è un po’ come scegliere lo strumento musicale più adatto per ciascuno di noi. Normalmente la scelta ricadrebbe tra chitarra, pianoforte, batteria e diversi tipi di flauto, ma qualcuno potrebbe interessarsi a strumenti particolarmente difficili da suonare, come ad esempio il violino. Trasferita su un piano linguistico questa particolare scelta potrebbe essere paragonabile alla decisione (totalmente volontaria) di imparare una lingua come il finlandese. La domanda che sorge spontanea a questo punto è: il finlandese è una lingua difficile da imparare? Assolutamente no. La difficoltà di questa lingua sta semplicemente nel fatto che il finlandese è “diverso” da noi e dalle lingue che potremmo “masticare” nella vita quotidiana per molteplici ragioni.

Prima di tutto va detto che il finlandese è una lingua ugro-finnica, appartenente cioè a un ceppo linguistico diverso dall’indoeuropeo (famiglia delle lingue più diffuse al mondo quali, ed esempio, inglese, spagnolo, italiano, cinese, hindi, ecc), a cui è successiva. Ciò significa che, almeno apparentemente, il finlandese non ha lessico in comune con le nostre lingue indoeuropee, non ne condivide le macrostrutture grammaticali e sintattiche né gli usi espressivi. Cerchiamo di fare chiarezza.

Prima caratteristica del finlandese è il suo essere una lingua logica e agglutinante. L’estrema razionalità grammaticale che sottende il pensiero linguistico del finlandese fa sì, infatti, che le frasi non vengano costruite con preposizioni o perifrasi articolate, preferendo invece sviluppare il discorso attraverso suffissi e formazioni suppletive impiegati secondo criteri estremamente rigorosi di distinzione semantica. In altre parole, invece che pensare la lingua come una catena di parole che si succedono l’un l’altra, in finlandese bisognerà tener conto unicamente di sostantivi, verbi, pronomi e aggettivi e “costruirli” ogni volta con le desinenze relative al caso e al rispettivo valore semantico di riferimento. Lo stesso avviene in latino, greco o tedesco: tra i più comuni casi si ricordano il nominativo (“casa”), che esprime il valore di soggetto della parola a cui il suffisso viene applicato, il genitivo, che svolge la funzione del complemento di specificazione (“della casa”), e il dativo, che a sua volta esprime il complemento di termine  (“alla casa”).

Per chi sente la parola “caso di declinazione” per la prima volta, questo esempio risulterà sufficientemente esaustivo: la frase “io vado a casa”, costruita in italiano dal pronome “io”, dal verbo “vado” e dalla preposizione “a” accompagnata al sostantivo “casa”, in finlandese presenterebbe solo “Io”, “vado” e “casa”. Le preposizioni, infatti, non esistono. A differenza degli 8 casi del latino e dei soli 4 casi del tedesco – lingue che dispongono, comunque, di preposizioni – per poter comunicare in modo efficace il finlandese dispone di minimo 15 casi di declinazione per ciascuna parola presente nel proprio lessico. Alcune parole, inoltre, possono raggiungere fino a 18 casi di declinazione.

Ma attenzione, non lasciatevi spaventare da questo numero così alto; ogni caso di declinazione risulta estremamente distintivo e ben regolato. In altre parole, non è possibile sbagliare. Una grammatica così complessa richiede in effetti poco sforzo ai parlanti, che non devono far altro che memorizzare 15-18 casi di declinazione e utilizzarli all’occorrenza su sola base mnemonica. A differenza del latino e del tedesco, infatti, dove i casi limitati devono necessariamente includere diversi valori semantici in singole forme grafiche, il finlandese ha una forma grafica per ciascuna funzione sintattico-grammaticale. Avremo quindi i ben più noti nominativo, accusativo (compl. ogg.), e genitivo (compl. specificazione/possesso), a cui seguono, rispettivamente: inessivo (compl. stato in luogo interno), elativo (compl. moto da luogo interno o di provenienza), illativo (compl. di moto a luogo interno), adessivo (compl. stato in luogo esterno), ablativo (compl. di moto da luogo esterno), allativo (compl. di moto a luogo esterno), essivo (compl. di stato fisico, condizione di una persona), translativo (compl. di trasformazione da uno stato a un altro), istruttivo (compl. di mezzo), comitativo (compl. di compagnia), abessivo (compl. di mancanza) e partitivo (compl. partitivo o indiretto in frasi negative).

Per parlare in modo fluente, quindi, basterà sapere un minimo di lessico e le diverse desinenze di ciascun caso di declinazione, e il gioco è fatto. Forse. Perché, in realtà, altri problemi sono ancora in agguato. Vero è che non esistono classi di declinazione specifiche (come avviene ad esempio in latino), ma per poter adattare i rigidi suffissi a qualsiasi tipo di parola è necessario ricorrere al fenomeno comunemente chiamato armonia vocalica. In poche parole questa regola stabilisce che non è possibile mischiare “le patate con le carote” e che bisogna distinguere i diversi tipi di suono adattando le vocali delle desinenze a quelle contenute nelle parole da declinare. Per fare un esempio, dato che l’adessivo esce in -lla, la declinazione al rispettivo caso della parola Kaura (avena) e Sieni (fungo) sarà diversa; Kaura diventerà kauralla, mentre Sieni diverrà sienellä. Nel secondo caso, infatti, la vocale -a è stata addolcita e resa più simile al suono “e” in modo da adattarsi meglio al resto della parola. Tranquilli anche in questo caso; man mano che prenderete dimestichezza la scelta della vocale giusta verrà da sé.

Probabilmente in questo momento siete alle prese con moltiplicazioni ed esponenti nel tentativo di calcolare quanto possa divenire complesso saper declinare e usare correttamente ogni tipo di parola. Rilassatevi. In finlandese le categorie di parole da declinare sono veramente poche. Non esistono aggettivi o pronomi possessivi, e sono totalmente assenti gli articoli, sia determinativi che indeterminativi. Inoltre, non esiste alcuna distinzione tra maschile e femminile, e tutti i sostantivi sono considerati di genere neutro. Per distinguere i generi è necessario utilizzare gli aggettivi maschio (mies) e femmina (nainen), ma non dovrete mai preoccuparvi di come variano le desinenze in base al genere (come avviene invece in tedesco): imparate semplicemente 15 desinenze e la rispettiva funzione e il gioco è fatto.

Risolte le questioni fonetiche e di declinazione, rimane fuori la parte verbale del discorso. In finlandese esistono solo 4 modi e 4 tempi. Si hanno indicativo, imperativo, condizionale e potenziale (il nostro congiuntivo), coniugati al tempo presente, imperfetto, perfetto e piùcheperfetto. Noterete subito la mancanza di un tempo molto importante, il futuro. Questa caratteristica, condivisa da tutte le lingue ugro-finniche, deriva dal germanico, che ha dovuto a sua volta inventarsi una forma verbale per esprimere il concetto di futuro. In inglese, ad esempio, il verbo will (volere) ha assunto la connotazione di azione futura, in quanto volontà del parlante di essere compiuta. Il finlandese, però, non essendo una lingua germanica, si è adattato in modo diverso. La vera distinzione non sta nel verbo, né nell’aggiunta di qualche ausiliare, ma nel caso di declinazione utilizzato per esprimere il complemento. L‘accusativo, infatti, viene considerato come un caso completo o telico, mentre il partitivo è ritenuto incompleto o atelico. L’uso di un caso rispetto a un altro risulta quindi nella distinzione tra un’azione già completata (presente) e una ancora da completare (futura). Vediamo un esempio:

Pur non variando in alcun modo il verbo rakennettaan, la distinzione tra i due tempi verbali viene stabilita dalla declinazione della parola talo (casa), nel primo caso all’accusativo, nel secondo al partitivo:

Tähän rakennetaan talo: Costruiscono una casa qui.

Tähän rakennetaan taloa: Costruiranno una casa qui.

Le problematiche relative al verbo si fermano praticamente qui, con l’unica eccezione rappresentata dalla costruzione delle frasi negative e interrogative. Nel primo caso – tanto per non complicarsi ulteriormente la vita a ragionare – il finlandese ha coniato un verbo specifico per la funzione negativa partendo proprio dalla parola che traduce il nostro “no”. Si tratta del verbo ei, che viene coniugato per ogni persona. La frase “io non parlo finlandese”, quindi, sarà tradotta con un semplice “en puhu suomea“. Come si noterà, data la coniugazione del verbo, in finlandese non è necessario esprimere sempre il pronome personale (come avviene invece, ad esempio, in inglese).

Quanto alla forma interrogativa, essendo il finlandese una lingua agglutinante non basata sull’ordine della frase ma dalle rispettive desinenze in uso, la costruzione delle domande è possibile solo con uno specifico suffisso da agganciare alla forma coniugata del verbo. La desinenza in questione è -ko. Vediamo qualche esempio:

Puhut suomea = parli finlandese

En puhut suomea = non parli finlandese

Puhutko suomea? = parli finlandese?

Ultima ma non meno importante, la distinzione netta tra le lingue indoeuropee e quelle ugro-finniche nell’approccio al concetto di possesso: in finlandese non esiste il verbo avere. Per esprimere la funzione di questo verbo basterà semplicemente che un oggetto è di proprietà di qualcuno; come abbiamo visto, quindi basterà dire che “(la) casa è di Mario” piuttosto che “Mario ha (una) casa”. Niente e nessuno, quindi, potrà mai possedere qualcosa o qualcuno. Almeno a livello linguistico e culturale.

Questa estrema libertà di pensiero non è altro che una tendenza alla generalizzazione su vasta scala: oltre all’assenza di distinzione tra maschile, femminile e neutro, e alla mancanza di una funzione verbale rappresentativa del possesso, il finlandese non contempla neanche formalismi o appellativi di cortesia. Non c’è motivo, per loro, di differenziare un dottore da un ingegnere, un avvocato da un professore, un signore da una signora, ma ci si limita a chiamare le persone con nome e cognome, dando preferibilmente del tu. Tutto il contrario di noi.

Ma come suona questa strana lingua dalle regole rigidissime contrapposte a un’infinita libertà di pensiero e apertura mentale? Anche in questo caso una regola semplice e categorica che risolve e spazza via ogni problema: tutte le parole sono sempre accentate sulla prima sillaba. Non si tratta di un vero e proprio accento ma, più che altro, di un’intonazione statica che fissa il pensiero linguistico in maniera indelebile rendendolo di facile comprensione per i parlanti nativi. Questa speciale pronuncia, tuttavia, crea uno strano effetto sonoro a chi non ha mai sentito parlare qualche madrelingua finlandese. L’armonia vocalica, le desinenze fisse e il fatto di avere molte parole composte e lunghe crea un effetto straniante ai nostri orecchi. Può piacere o meno ma, forse, avete già sentito parlare finlandese tante volte, ma non sapevate di ascoltare quella lingua. Un esempio su tutti è sicuramente la canzone tradizionale finlandese “Ieval Polkka” che trovate di seguito con sottotitoli e traduzione in inglese. Buon divertimento!

silvia

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