27 Novembre 2012
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Il nostro viaggio tra le lingue strane prosegue con un idioma molto particolare che conta attualmente circa 150.000 parlanti: il navajo. Diffuso soprattutto nella zona sud-occidentale degli Stati Uniti, il navajo sembra essere la lingua indigena con più chance di sopravvivenza, nonostante la palese complessità del suo sistema linguistico-grammaticale.

Essendo per lo più di tradizione orale, questo idioma presenta notevoli difficoltà già a partire dall’alfabeto: è dotato di sole 4 vocali (a, e, i, o), che tuttavia possono essere caratterizzate da una diversa quantità (breve o lunga),  dalla nasalizzazione e/o da 4 toni (alto, basso, acuto, calante). La sua complessità è tale, che è stata persino utilizzata dagli americani durante la seconda guerra mondiale come lingua in codice per lo scambio di messaggi di importanza strategica che non dovevano essere decodificati dal nemico.

Un’altra particolarità che la contraddistingue è la struttura grammaticale. Le frasi, generalmente costruite nell’ordine Soggetto, Oggetto e Verbo (ad es. Maria la mela mangia), mostrano un’abbondanza di verbi davvero singolare. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che, mancando totalmente di aggettivi, la funzione svolta da questi ultimi viene assunta, appunto, dal verbo, che pertanto si ritrova a svolgere una doppia funzione: quella di esprimere un’azione o uno stato/condizione e quella di qualificazione dei (pochi) sostantivi. Da questa particolarità linguistica deriva la diffusa immagine dei nomi bizzarri con cui gli indiani d’America chiamano persone, posti e cose: lo stesso sostantivo “navajo” significa “campo coltivato in un piccolo corso d’acqua“, mentre “una cosa che si muove lentamente in cerchio” designa l’orologio. Insomma, la popolazione navajo sembra un po’ parlare per indovinelli!

L’abbondanza di verbi e la loro polifunzionalità ha anche sviluppato una sequenza ben schematizzata di prefissi volti a modificarne il significato semantico. Un verbo, infatti, è generalmente composto, oltre che dalla radice, da due altri elementi principali: i prefissi disgiunti e i prefissi congiunti (più vicini, per ordine, alla radice). Questi prefissi dispongono inoltre di 11 posizioni pressoché invariabili (sebbene possano a volte essere modificate tramite un fenomeno chiamato metatesi) che aiutano a specificare ancora di più il significato del verbo. Ovviamente, non tutti i verbi presentano prefissi in tutte e 11 queste posizioni, ma bastano già un paio di prefissi per complicare notevolmente la frase. Tanto per capirne l’importanza, questi prefissi sono utilizzati per indicare, ad esempio, il soggetto e l’oggetto (secondo la persona e il numero) oppure se il verbo è attivo, passivo, transitivo, riflessivo, ecc. Inoltre, le radici verbali si diversificano a seconda della modalità di movimento dell’oggetto (spostato a mano, azionato e volo libero) e anche a seconda delle caratteristiche fisiche dell’oggetto stesso (se spostato a mano), come forma, consistenza, flessibilità, materiale, ecc.

Come se non bastasse, la lingua navajo dispone anche di sette “modi” verbali, che indicano la compiutezza/incompiutezza di un’azione, il tempo in cui questa avviene (presente, passato, futuro), la sua ripetitività o un desiderio positivo/negativo, e di oltre venti aspetti e sub-aspetti di vario tipo, come una serie di azioni ripetute, la temporaneità, la distribuzione, l’inizio e la fine di un’azione, ecc. Inoltre, i soggetti dei verbi, oltre a includere le 3 persone principali (singolari e plurali), prevedono anche una quarta persona, di solito utilizzata nelle narrazioni per indicare il protagonista oppure per distinguere due diversi referenti in terza persona, e una persona “indefinita” corrispondente alla nostra forma impersonale.

In aggiunta, esiste una netta classificazione in base alla caratteristica “animata” di un sostantivo, che di conseguenza necessiterà di una particolare forma verbale e occuperà una determinata posizione all’interno della frase. Per esempio, l’uomo è in testa a questa classificazione e pertanto si troverà prima di ogni altro elemento della frase: una frase come “il gatto guarda la bambina” non può essere espressa così in navajo, in quanto il gatto è un animale di piccole dimensioni che nella classificazione della caratteristica animata si posiziona DOPO la bambina; dovrà quindi essere formulata come “la bambina è guardata dal gatto” (o meglio ancora, seguendo l’effettiva sequenza Soggetto, Oggetto, Verbo, come “la bambina dal gatto è guardata“). Se, invece, al posto del gatto ci fosse la parola “bambino”, entrambe le possibilità sarebbero accettate (seppur con qualche modifica ai prefissi), in quanto il bambino e la bambina occupano la stessa posizione all’interno di questa classificazione: “il bambino la bambina guarda” oppure, alternativamente, “la bambina dal bambino è guardata”.

Un’ultima caratteristica che rende questa lingua abbastanza strana (e piuttosto ostica per chi, come me, non va molto d’accordo con la matematica) è il sistema dei numerali: infatti, i numeri da 1 a 10 hanno nomi unici, proprio come in italiano, ma per nominare i numeri dal 11 al 19 bisogna aggiungere un suffisso che indica “più dieci“, ossia “uno più dieci” (11), “due più dieci” (12) e così via. Fin qui niente di particolarmente difficile. Per i numeri dal 20 al 100, però, si inizia a moltiplicare e aggiungere, sempre tramite suffissi: per esprimere il numero 57, ad esempio, dovremo utilizzare qualcosa tipo “5 per 10 e in aggiunta a questo 7”. Diciamo che per certi versi ricorda un po’ il modo con cui i francesi esprimono i numeri dal 70 al 99.

Se, leggendo questo articolo, siete rimasti affascinati dalla lingua navajo e volete approfondirne la conoscenza, troverete varie risorse su questo utile sito (solo in inglese). Buon divertimento!

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