Simple English: una lingua pensata per la fruibilità di tutti

Non so se vi siete mai avventurati tra le miriadi di lingue elencate nella lista delle Wikipedie; io, probabilmente per “deformazione professionale” ma soprattutto per diletto personale, sono andata a spulciarmi tutto l’elenco e sono rimasta colpita da una lingua in particolare: il Simple English.

A detta degli sviluppatori, gli articoli in Simple English sono sviluppati tenendo in mente sia le persone che non sono madrelingua inglesi (e che magari stanno cercando di imparare la lingua) sia le persone che invece l’inglese lo parlano perfettamente, ma hanno difficoltà a capire articoli più complessi dalle pagine nelle altre lingue.

Ma in cosa consiste questo Simple English? Come avrete intuito, è una versione semplificata dell’inglese propriamente detto. Utilizza un lessico più comune e strutture grammaticali di base, oltre a non presentare slang, espressioni idiomatiche e gergali, che invece vengono spiegate con un linguaggio “terra-terra”. In pratica, cerca di sfruttare le parole e la sintassi a cui anche noi stranieri siamo più avvezzi e che solitamente usiamo quando cerchiamo di comunicare all’estero.

Durante i miei viaggi, avevo già avuto modo di approfondire con madrelingua e non questo aspetto della lingua inglese, divisa in “due versioni”, l’inglese vero e proprio – con tutte le complessità di una lingua viva e in continua evoluzione – e l’inglese “degli stranieri” – con un vocabolario molto più ristretto e un utilizzo della grammatica non sempre corretto, ma pur sempre comprensibile. Essendo molto affascinata da questa peculiarità che poche lingue al mondo presentano, essendosi sviluppata come conseguenza storica della diffusione commerciale dell’ “impero anglofono” (comprendendo in quest’ultimo sia Regno Unito sia Stati Uniti d’America), ho fatto qualche ulteriore ricerca, scoprendo un’infinità di tentativi volti a “regolarizzare” e semplificare l’uso dell’inglese per la comunicazione.

Un primo tentativo strutturato è stato fatto dal linguista e filosofo Charles Kay Ogden con il suo Basic English, poi ripreso in altre versioni semplificate della lingua: la sua idea era quella di fornire uno strumento di base per l’insegnamento dell’inglese come seconda lingua, poi trasformatasi in strumento per diffondere la pace dopo la vittoria alleata nella Seconda Guerra Mondiale. La sua lista di parole base viene ancora oggi presa in forte considerazione, soprattutto nei corsi di inglese in Asia, in quanto permette di ottenere un lessico immediatamente utilizzabile e facilmente ampliabile, essendo principalmente composto da radici nominali modificabili tramite una serie di prefissi e suffissi specifici. Persino i verbi sono portati all’osso, con un elenco di “operatori” e sfruttando l’incredibile capacità della lingua inglese di trasformare qualsiasi sostantivo in verbo, senza particolari accorgimenti. La grammatica, infine, pone una dozzina di regole fondamentali (quelle conosciute un po’ da tutti) per dare la possibilità di esprimere i concetti di base della comunicazione (singolare/plurale, qualità/quantità, presente/passato/futuro, ecc.).

Ovviamente il Basic English ha ricevuto molte critiche e non ha effettivamente avuto la fortuna sperata, sia per motivi legati a scelte di inclusioni lessicali e grammaticali molto opinabili, sia per una certa sensazione di “sterilità” sentita non solo dai madrelingua, ma anche da quegli stessi studenti che in teoria si stava cercando di agevolare.

Un altro linguaggio ancora attualmente utilizzato è lo Special English sviluppato dal Voice of America per le sue trasmissioni: alcuni programmi e news sono resi accessibili anche a coloro che non parlano molto bene inglese, grazie a un lessico ridotto a circa 1.500 parole, che tuttavia non preclude l’uso di termini più specifici se finalizzati a far comprendere meglio una storia, e una lettura chiara e più lenta a livello orale. A tutt’oggi è un utile strumento per l’apprendimento dell’inglese americano, con vari podcast e articoli pubblicati online su tanti e vari argomenti, dalla politica internazionale alla cultura americana.

Interessante anche l’approccio teorizzato da D. David Bourland Jr. e definito E Prime (English Prime, ossia inglese primario o, persino, “primitivo”), per cui, in una fusione di semantica e filosofia, la lingua deve riflettere la parzialità e personalità dell’esperienza sensoriale; pertanto, un’affermazione come “This apple is red” (la mela è rossa) non esprime appieno tutti i suoi attributi, oltre a causare una sorta di “appiattimento” sensoriale tra esperienza del oggetto esterno ed esperienza delle caratteristiche più interne. L’espressione corretta in questo caso sarebbe “This apple feels red to me“.  Quindi, l’E Prime “rigetta” in un certo qual modo l’utilizzo del verbo essere e promuove, invece, una più ricca espressività, sempre però basata su un lessico semplice e immediato.

Un ultimo accenno va a tentativi come il Simplified Technical English e al Newspeak di George Orwell. Il primo è stato pensato per la fruibilità di tecnici e addetti dell’industria aerospaziale, per poi estendersi anche ad altri settori industriali, al fine di uniformare lessico e terminologia settoriali e ridurre al minimo le ambiguità nei manuali, ad usufrutto non solo dei parlanti non madrelingua, ma anche dei traduttori specializzati, rendendo quindi il processo di traduzione più veloce e meno costoso. Il secondo, invece, è una sorta di linguaggio fittizio ispirato all’inglese moderno e creato da Orwell nel suo celeberrimo romanzo “1984” volto a mostrarci il progressivo impoverimento della lingua perpetrato dal regime totalitario al potere con l’unico scopo di eliminare qualsiasi riferimento a concetti come libertà, resistenza, individualità, ecc.

silvia

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