Tutto il mondo parla indoeuropeo, o quasi.

Quando si parte per mete ambite a livello internazionale si sa già che, oltre ai propri connazionali, sul posto saranno presenti persone di culture e lingue diverse dalla nostra con cui poter entrare in contatto e vivere nuove esperienze durante il viaggio, prime fra tutti i locali. Normalmente, quando ci troviamo in questo meltin pot da vacanza, basandoci semplicemente su stereotipi o aspetti comuni a una determinata nazionalità siamo in grado di distinguere gli asiatici dagli arabi, i russi dagli europei (perché per noi tutti gli slavi sono russi), o i nordici dagli americani.

Al di là delle preferenze personali ogni popolo ha in genere delle culture più affini o amiche che comprende meglio, con cui si relaziona più facilmente e che sente più vicine di altre. Noi italiani, ad esempio, andiamo quasi sempre d’amore e d’accordo con gli spagnoli, che come noi amano il buon vino, lo stare in compagnia e il divertimento sfrenato, mentre non di rado rimaniamo un po’ perplessi  nel vedere qualche russo sdraiato in piscina alle 9 di mattina con un bicchiere di vodka in mano che non socializza né dà il minimo segno degli effetti dell’alcol. Paese che vai, usanza che trovi, dicono.

E se vi dicessero, invece, che tutto il mondo è paese e che il 90% delle nazioni odierne ha qualcosa che le unisce e le accomuna al di là delle distanze e delle palesi differenze? Tralasciando i bisogni impellenti e primari (come mangiare, bere, dormire, ecc.), l’elemento di giunzione è rappresentato da una specifica cultura che ci consente di interagire con stranieri provenienti da qualsiasi angolo del pianeta sulla base di concetti standard condivisi su scala globale e rappresentati linguisticamente da parole, perifrasi o espressioni idiomatiche. Se è vero, infatti, che tutti gli esseri umani sono figli della stessa madre africana, la Eva mitocondriale, è altrettanto vero che i suoi figli parleranno ancora – chi in un modo, chi in un altro – la stessa lingua materna, che noi oggi chiamiamo indoeuropeo.

Pur non disponendo di testi scritti che ne attestino l’esistenza storica, sappiamo con certezza che questa lingua è stata parlata dai nostri antenati per quasi 4.000 anni (prima di dividersi nei tanti dialetti che hanno dato vita alle lingue come le conosciamo noi) e che è parlata ancora oggi dalla quasi totalità della popolazione mondiale anche se con suoni e strutture parzialmente differenti. Confrontando tra di loro le lingue moderne (es. inglese, francese, italiano) e quelle storiche (es. latino, germanico comune, ecc.), l’analisi comparata ha infatti evidenziato molteplici similitudini tra le lingue più antiche (ossia storiche) rispetto a quelle moderne – che ne sono l’evoluzione naturale. Ciò significa che, man mano che si retrocede nel tempo, le lingue risultano più simili tra di loro rispetto a quanto non lo siano oggi, suggerendo quindi l’ipotesi che, similmente al codice genetico condiviso dall’intera razza umana, un tempo gli abitanti della Spagna e della Russia parlassero la stessa lingua, e noi come loro.

Ciò è dimostrato dal fatto che, ad esempio, le lingue moderne condividono gli stessi concetti ed aspetti culturali esprimendoli in forme simili (es. Ing. House, Ted. Haus oppure Ita. Regno, Ing. Reign), le quali diventano sempre più omogenee se confrontate in periodi più antichi (es. Gr.An. Domos, Lat. Domus) mettendo quindi in evidenza come nell’antichità tali concetti fossero condivisi a livello culturale e linguistico e come l’evoluzione storica delle lingue abbia poi trasformato le singole espressioni in varianti delle stesse parole, rendendole a volte quasi del tutto irriconoscibili. La parola italiana “despota”, ad esempio, viene dall’indoeuropeo déms pótis, che significa letteralmente “il signore indiscusso della casa”. Non lasciatevi però ingannare da parole simili in lingue diverse che potrebbero avere comunque significati diversi. Volendo fare un esempio, la parola inglese Kingdom traduce l’italiano “regno” in quanto formata da King (anglosassone per “re”) e Dom, ossia “giurisdizione” (e non casa!). La differenza in inglese tra Kingdom e Reign sta proprio nel fatto che il primo termine rappresenta tutto ciò che è sottoposto alla giurisdizione del re”, ossia i suoi possedimenti, mentre la seconda, interamente derivata dal latino, indica la funzione di potere supremo rivestita dalla persona del re (che ovviamente i britannici hanno adottato per via della sua associazione al governo imposto dall’alto dall’impero romano). A questo punto, forse, vi sarà venuto in mente che, in inglese, il Regno Unito non si chiama United Reign ma United Kingdom, e avrete quindi notato come una semplice variazione linguistica possa alterare notevolmente la sfumatura di significato.

In realtà, la questione è un po’ più complessa della semplice versione romanzata. Dall’unione delle fonti storiche, archeologiche e linguistiche, infatti, oggi sappiamo che l’indoeuropeo fu parlato dal V al II millennio a.C. (cioè a ridosso tra neolitico ed età dei metalli) dai nostri antenati che, lasciata l’Africa e stabilitisi in Anatolia (odierna Turchia), diffusero la propria lingua e cultura in un’area che va dal Portogallo all’Estremo Oriente e dalla Scandinavia all’Italia -coprendo quindi l’intera Europa e tutto il bacino di influenza della cultura indiana (e asiatica) – oggi appunto chiamata indo-europea.

Diffusione della lingua e cultura europea

Gli aspetti condivisi dalla cultura indoeuropea (ma del tutto innovativi rispetto alle civiltà limitrofe e circostanti alla sua diffusione), sono, rispettivamente: allevamento del bestiame (il cui possesso era indice di benessere – da cui l’importanza della “vacca sacra” in India), coltura del cereale e sfruttamento dell’agricoltura, adattamento dal clima caldo africano al clima freddo della zona euroasiatica, uso intensivo della ruota e del cavallo che ha permesso la diffusione del commercio, struttura sociale di stampo patriarcale che è ancora pienamente in vigore, culto di divinità celesti e non più terrene che ha favorito la nascita e l’affermazione delle religioni rivelate a discapito di quelle animiste, e tripartizione della società in sacerdoti, guerrieri e contadini, che ancora oggi contraddistingue la divisione dei poteri all’interno di ciascuno Stato di origine indoeuropea. Come appare evidente, quindi, la totalità degli aspetti è tutt’oggi condivisa dalla stragrande maggioranza delle culture moderne, siano esse cristiane o mussulmane, occidentali od orientali, emancipate o in via di sviluppo (come riportato nell’immagine seguente).

Diffusione delle lingue indoeuropee nel mondo

La diversità che oggi si riscontra tra le varie lingue parlate al mondo dipende dai quasi 10 millenni di evoluzione naturale dell’indoeuropeo, sia a livello locale che per contaminazione con civiltà limitrofe, che nel corso dei secoli ha portato alla nascita di diversi ceppi linguistici minori quali, ad esempio, le lingue germaniche, le lingue slave o le lingue romanze, che a loro volta si svilupparono in lingue storiche ben attestate (es. anglosassone, latino, greco antico) per poi evolversi nelle lingue moderne che conosciamo oggi. Il lungo processo evolutivo dipende, ovviamente, dalle diverse ondate migratorie degli indoeuropei a partire dalla terra di origine o urheimat (dal ted. casa natale) che i maggiori studiosi individuano nella Turchia. A partire dal V millennio a.C., infatti, gli indoeuropei presero due strade di direzione opposta; parte di essi migrarono verso ovest, andando quindi a popolare l’intera Europa, mentre altri si diressero verso est, andando pian piano a colonizzare l’intero territorio asiatico. Man mano che i popoli nascevano e si distaccavano dal substrato culturale in comune la lingua indoeuropea si divideva a sua volta in due “bracci”: le lingue occidentali si caratterizzarono per suoni forti e ben definiti, mentre quelle orientali svilupparono maggiormente i tratti di aspirazione, lenizione e variazione fonetica. Normalmente i due macroceppi linguistici vengono chiamati lingue kentum (occidentali) e shatem (orientali) proprio in base alla diversità fonetica rispetto all’indoeuropeo.

In pratica, se un tempo la lingua dell’emisfero boreale era l’indoeuropeo, pian piano le diverse migrazioni e le conseguenti interazioni con civiltà pre-indoeuropee portarono alla creazione di lingue a se stanti e autosufficienti, capaci di esprimere con dovizia di particolari sia la propria cultura di origine (ossia quella indoeuropea) che il contesto culturale proprio del popolo.  Pur avendo una base di fondo in comune, quindi, ciascuna delle lingue storiche è nata come “eccezione alla regola” per poi svilupparsi in modo autonomo ed evolversi nelle forme moderne a noi ben note. Volendo fare un esempio, si può dire senza ombra di dubbio che l’italiano è una lingua romanza (moderna) che deriva dal latino, lingua storica appartenente al ceppo delle lingue gallo-italiche, a sua volta derivato dall’indoeuropeo, mentre il tedesco è una lingua moderna appartenente al ceppo delle lingue germaniche che sono nate a loro volta dall’indoeuropeo. Grazie alle politiche colonialiste e di conquista attuate dagli Stati europei nel corso dei secoli – che contribuirono ovviamente alla diffusione su vasta scala delle lingue di origine indoeuropea – questo tipo di raffronto è applicabile praticamente alla quasi totalità delle lingue moderne maggiormente diffuse al mondo e soprattutto nell’area euroasiatica. Ecco perché, in fin dei conti, è giusto dire che tutto il mondo parla indoeuropeo, o quasi!

Siete curiosi di sapere quali sono le lingue indoeuropee, come funzionano, dove, quando e come sono nate? Restate in ascolto, ne parleremo alla prossima puntata! Intanto tenete a mente quello che è stato detto e, se desiderate imparare una lingua straniera, non arrendetevi ai primi ostacoli: ora sappiamo che quasi sempre è possibile trovare un punto d’incontro e di comunione!

silvia

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