Lingue difficili: l’italiano

14 Gennaio 2013
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Forse qualcuno rimarrà un po’ sorpreso dalla scelta di inserire l’italiano tra le lingue difficili. Infatti, è concezione comune (almeno tra gli italiani) che la nostra sia una lingua molto semplice, soprattutto per il fatto che “leggiamo come scriviamo“. Ma è davvero così?

Proviamo a cambiare prospettiva e metterci nei panni del povero straniero alle prese con il nostro idioma: aprendo un qualsiasi libro di italiano per stranieri, tra le primissime lezioni troveremo un’intera sezione dedicata alla fonetica, ossia all’insieme di regole che ci permettono di formare e pronunciare parole e frasi di senso compiuto.

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Diversamente da altre lingue, l’italiano è caratterizzato da sole 5 vocali ben distinte tra loro: non esistendo più alcuna distinzione le lunghe e le corte (come avviene ancora invece in alcune lingue, tipo il finlandese) ciascun suono è ben identificato e articolato all’interno dell’apparato vocale. Il problema principale è distinguere, ad esempio, tra la ‘e aperta‘ e la ‘e chiusa‘ oppure tra la ‘o aperta’ e la ‘o chiusa’. Ma questo è un “problema” persino per noi nativi (pensiamo, ad esempio, alle differenze di pronuncia a seconda delle varie zone geografiche di provenienza); quindi, generalmente lo straniero che si approccia alla nostra lingua capisce ben presto di doversi affidare “al caso”. Anche i cosiddetti iati, dittonghi, trittonghi ecc. (insieme di due o più vocali) non rappresentano un particolare ostacolo e vengono solitamente assimilati abbastanza velocemente.

Stessa cosa, purtroppo, non si può affermare per tutte le consonanti. Per quanto la maggior parte delle consonanti non presentino particolari problemi di pronuncia, ce ne sono alcune che, al contrario, possono creare difficoltà: basti pensare alle lettere ‘c‘ e ‘g‘ che, a seconda della vocale da cui sono seguite, cambiano il proprio suono (es: cena vs. cane; giro vs. gola); oppure alla differenza tra s sorda e sonora (es: sole vs. sveglio); o, ancora, alla lettera ‘h‘ che, per quanto muta (e già questo rappresenta un nonsense per tanti stranieri), è indispensabile in varie occasioni, come ad esempio nel presente indicativo del verbo ‘avere’ (es: hanno vs. anno), e alla lettera ‘q‘, che necessita sempre una ‘u’ a seguire.

Ma la vera difficoltà dal punto di vista della pronuncia e della grafia sono i gruppi consonantici, ossia gruppi formati da due o più consonanti:  digrammi con ‘gl‘ e ‘gn‘ spesso non esistono in altre lingue o, se ci sono, hanno una pronuncia diversa. In particolare il gruppo ‘gl’ lascia molto perplessi gli stranieri, non solo per la difficoltà di pronuncia (es: famiglia, che non è né ‘familia’ né ‘famija’), ma anche e soprattutto per parole come ‘geroglifico‘ che sembrano “sfuggire” alla regola appena imparata. Grossi problemi sono creati anche da digrammi come ‘ch‘ e ‘gh‘ (es: chiesa vs. cielo) o ‘sc‘ e ‘sch‘ (es: sciare vs. schivare). Per non parlare delle doppie: poche lingue al mondo le utilizzano e le “calzano” (nella pronuncia) tanto quanto noi.

Quando, poi, lo straniero pensa finalmente di essere riuscito a capire e memorizzare tutti i suoni che contraddistinguono la nostra madrelingua, ecco che gli sferriamo il colpo di grazia con gli accenti. In un delirio di sdrucciole, bisdrucciole, piane e tronche, il povero straniero tenta affannosamente di “beccare” la sillaba accentata di ogni parola, cercando disperatamente di trovare la chiave che gli permetterà di risolvere l’enigma: càvolo o cavòlo? Còtone o cotòne? Abìto o àbito? Sùbito o subìto? Agìto o àgito?

Una volta abbandonata ogni speranza di padroneggiare la pronuncia in poco tempo, il volenteroso studente (perché ci vuole tanta passione per non abbandonare una lingua già subito così assurda) è costretto ad affrontare il resto della grammatica italiana un po’ come si affronta una corsa ad ostacoli: dall’abbondanza di apostrofi, di cui spesso gli sfugge l’uso (c’è, ce n’è, c’eravamo MA ci andrò, ci esco ecc.), alle regole per la formazione dei plurali, che prima affermano una cosa e poi ti mostrano 82.000 eccezioni di uso assolutamente comune (casa/case MA problema/problemi; mano/mani MA zio/zii; uomo/uomini; la radio/ le radio; camicia/camicie MA roccia/rocce; ecc.); dall’uso dei vari tipi di articolo (determinativi con i misteriosi l’ e lo, indeterminativi e partitivi) alla formazione delle preposizioni articolate (da + i = dai; di + i = dei; in + i = nei); dalla concordanza tra nome e aggettivo (le quattro lunghe tovaglie marroni;  i fiori rossi MA i fiori rosso scuro) all’uso dei vari pronomi o degli aggettivi possessivi (il cane di Marco = il suo cane; la borsa di Marco = la sua borsa… ma Marco non è sempre e comunque un maschio?). E questi sono solo alcuni  esempi.

Ormai preso dallo sconforto più totale, il rassegnato straniero si accinge all’ultima e più disarmante sfida: i verbi. Viste tutte le difficoltà incontrate finora, il poveretto pensa bene di iniziare dalle basi più semplici, ossia dal presente indicativo. Sapendo bene che il verbo essere è sempre problematico, parte con un verbo usatissimo e comodissimo da conoscere: il verbo ‘fare‘. Peccato che questo verbo, come quasi tutti i verbi principali in italiano (avere, andare, aprire, dare, stare, mettere, uscire ecc.) sia irregolare, già al presente indicativo. La situazione si complica ulteriormente quando lo studente “sbircia” le tavole delle coniugazioni verbali: indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, gerundio, infinito e participio, suddivisi in tempi come il trapassato prossimo, il trapassato remoto, il futuro anteriore, ecc. Una cavolata, insomma! Lo studente raccoglie gli ultimi milligrammi di coraggio che gli rimangono e prova a fare una frase: ‘io esco di casa‘. E no. ‘Io’ non serve. Agli italiani non serve dire ‘io’, gli basta dire ‘esco’ per sapere chi fa l’azione. Quindi, ‘esco di casa‘. E vado in farmacia a prendermi un analgesico, che mi è venuto mal di testa…

silvia

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